
di Redazione
C’è un Parmenide che la tradizione filosofica ci ha consegnato: il filosofo dell’Essere, astratto e metafisico. E poi c’è il Parmenide che un nuovo libro restituisce: uno scienziato naturale, un osservatore del cosmo, un pensatore che formula ipotesi sui fenomeni con una disciplina di metodo sorprendentemente moderna.
Il volume si intitola Il navigatore. Saggio su Parmenide e le origini della scienza sperimentale, prosegue le linee di ricerca di Federigo Enriques e Giorgio de Santillana, e — sulla base di una nuova traduzione dei frammenti originali e di una loro diversa riorganizzazione — propone una tesi radicale: Parmenide non è il primo degli Eleati, ma l’ultimo degli Ionici. Non un metafisico isolato, dunque, ma un protagonista della ricerca fisica e astronomica del suo tempo. In questo senso il libro recupera una tradizione antica — di cui Clemente Alessandrino è solo la voce più nota — che riconosceva in Parmenide un «antico scienziato naturale».

Servivano due psicanalisti per restituire a Parmenide la statura di scienziato naturale. Franco Baldini (Piacenza, 1953; vive e lavora a Milano) e Silvana Dalto (Treviso, 1956; vive e lavora a Venezia) non sono filosofi di professione, e probabilmente proprio per questo hanno potuto portare sul poema uno sguardo più fresco, meno irrigidito dalla tradizione esegetica accademica — con la quale tuttavia si confrontano puntualmente, discutendo nel dettaglio le letture metafisiche sedimentate tra Otto e Novecento.
Vengono da una pratica clinica in cui l’osservazione rigorosa, la ricerca di invarianti e la costruzione di ipotesi da mettere alla prova sono strumenti di lavoro quotidiani: e proprio questi strumenti hanno permesso loro di riconoscere in Parmenide ciò che il filosofo stesso rivendica per sé — un indagatore della natura che procede con quello che oggi chiameremmo metodo sperimentale. A questo si aggiunge, come fondamento del lavoro, la solida formazione classica di entrambi e la padronanza del greco antico, condizione necessaria per la nuova traduzione dei frammenti proposta nel volume.
Il poema parmenideo, nella lettura che Baldini e Dalto ne propongono, ha una doppia anima: una metodologica, che enuncia i principi di un’indagine rigorosa sulla natura, e una teorica, in cui da quei principi nasce una concezione dell’eon come spazio fisico — non come astratta categoria dell’essere. È qui che si gioca la mossa più radicale del libro: l’eon non è una tautologia metafisica ma un’intuizione geometrica, riconducibile a una sfera che anticipa di duemilacinquecento anni l’idea stessa di geometria non euclidea. Una concezione che nasce — ed è questo il punto — da osservazioni astronomiche e da un metodo inferenziale che, per consapevolezza e disciplina, già assomiglia a quello di uno scienziato moderno. Sottrarre Parmenide all’aura di astrusa metafisica in cui Otto e Novecento lo hanno avvolto, e restituirlo alla famiglia dei pensatori che indagavano il mondo, è il gesto interpretativo che attraversa l’intero volume.
Da quale lavoro nasce questa tesi? Dalla nuova traduzione dei frammenti e da una loro diversa riorganizzazione, che restituisce un poema strutturato in due parti chiaramente distinte: una metodologica e una teorica. Le percorriamo entrambe.
La prima parte è dedicata al metodo: come si fa una buona indagine sulla natura? La risposta di Parmenide ha un sapore sorprendentemente moderno. Bisogna partire da ciò che si osserva, riconoscere le regolarità che vi si nascondono — gli invarianti percettivi, come gli autori li chiamano nel lessico dell’epistemologia moderna — e da queste risalire, per inferenza, alla conoscenza di ciò che invece non si vede. È in questo senso che il verbo greco noeo, secondo gli autori, va tradotto con «vedere, percepire» e non con «pensare»: restituzione del resto già attestata da Aristotele. Di questo metodo Parmenide non si limita a parlare: ne dà prova, applicandolo. Da semplici osservazioni del cielo — e attraverso un’argomentazione che potremmo dire sperimentale ante litteram — arriva a stabilire che la luna gira intorno alla terra, che non brilla di luce propria ma ne riflette quella del sole, e altri risultati di tutto rispetto per chi viveva nel V secolo a.C.
A questa prima parte ne segue una seconda, di carattere più teorico, dedicata all’eon. Qui gli autori compiono una lettura ravvicinata del frammento più noto e più discusso del poema — quello che le edizioni di riferimento numerano come VIII — collocandolo in una posizione diversa da quella tradizionale e proponendo un’interpretazione molto distante dalle esegesi correnti, che da decenni sbandierano una quantità di banalità sull’«essere» e sul «non-essere» e fanno di Parmenide il più astruso metafisico della storia.
Cosa è dunque l’eon per Parmenide? Un qualcosa — un ente — la cui esistenza viene dedotta da una serie di invarianze che il filosofo aveva osservato nei moti del cielo, in particolare quelle dei cicli sinodici dei pianeti. Da queste regolarità Parmenide costruisce un ente con caratteristiche precise: non è stato generato, non può perire, è continuo, omogeneo, e si presenta uguale in tutte le direzioni — qualità, quest’ultima, che già de Santillana aveva colto. In termini moderni, l’eon è semplicemente l’idea di spazio fisico nelle sue proprietà essenziali. Un’idea di cui Parmenide tenta perfino di disegnare la geometria: l’eon, scrive, è riconducibile a una sfera che riposa nei propri confini, tenuta insieme da forze interne che ne fanno uno spazio omogeneo. E qui sta la novità più sorprendente del libro. Perché de Santillana aveva pensato a una geometria euclidea; Baldini e Dalto mostrano invece che la geometria di Parmenide è sferica, curva — una geometria non euclidea che Parmenide letteralmente inventa, duemilacinquecento anni prima di Riemann.
L’immagine che ne emerge è quella di un mondo antico in fermento intellettuale, in cui per un attimo si affaccia la possibilità che geometrie diverse da quella euclidea siano altrettanto legittime — possibilità che Platone, di lì a poco, avrebbe combattuto duramente, vedendovi lo spettro del relativismo sofistico e bandendola dalla sua Accademia. Quelle idee, tuttavia, sopravvissero nella speculazione matematica, e — sostengono gli autori — proprio dall’osservazione astronomica avevano tratto origine. A confermarlo è un dato testuale: alcuni termini con cui Parmenide qualifica l’eon sembrano contraddirsi tra loro, e quella contraddizione si scioglie soltanto se si ammette che il filosofo avesse in mente una geometria sferica.
Da questo nucleo discendono altre implicazioni di carattere più filosofico. Per esempio: l’eon, in quanto spazio fisico, non è direttamente percepibile con i sensi. La sua esistenza si può solo inferire: prima a partire da una serie di segni — celesti, in particolare — e poi come ipotesi che progressivamente si convalida. Cosa diversa accade per Luce e Notte, che invece si percepiscono direttamente. Esistono dunque, per Parmenide, due classi di enti: quelli che ci sono dati dai sensi e quelli a cui si arriva con il ragionamento. E il rapporto tra le due classi è asimmetrico: dagli enti percepiti si può risalire a quelli inferiti, ma non viceversa — la configurazione globale dello spazio non basta a dedurre il dettaglio di ciò che dentro a quello spazio si manifesta.
Si comprende così il ruolo che la percezione gioca nella fisica di Parmenide. Contrariamente a quanto le esegesi tradizionali hanno voluto far credere, in Parmenide non c’è alcuna svalutazione del mondo fisico, nessuna lettura del sensibile come illusione: c’è invece — e con sorprendente attualità — un tentativo di pensare anche la doxa, ossia il mondo dell’apparenza, in termini fisici. Prendiamo l’opposizione Luce/Notte: a livello cosmico essa non è una vera opposizione, perché l’universo nel suo complesso è simultaneamente illuminato e oscuro; lo diventa solo su scala locale, dove un certo luogo è in un certo momento o l’una o l’altra. Da questo tipo di analisi nei frammenti emerge un’idea generale: le forme sensibili si sono costituite attraverso una serie di passaggi in cui simmetrie cosmiche fondamentali si sono via via spezzate, dando luogo a simmetrie più locali e a configurazioni della materia sempre meno simmetriche. Sono concetti — transizioni di fase, rottura di simmetria — che la fisica del Novecento avrebbe formalizzato secoli dopo, e che Parmenide intuiva.
Il libro nasce, in ultima istanza, da un’insofferenza: quella per la messe di incoerenze concettuali, traduzioni insensate ed esegesi inutili che si sono sedimentate sul poema dall’Ottocento a oggi. La risposta degli autori non è polemica fine a se stessa: è la riproposta paziente di una figura di Parmenide che è anche, in fondo, la più antica — quella che fin dall’antichità lo aveva riconosciuto come un grande indagatore della natura. Il libro, in questo senso, non inventa un Parmenide nuovo. Lo riporta a casa.
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