Il saggio propone la lettura di uno degli ultimi racconti di Kafka, Un digiunatore, quale chiave interpretativa per comprendere alcune pratiche dell’arte contemporanea, segnate dalla poetica del silenzio, dell’assenza, della sottrazione, dell’esilio e dell’isolamento. Attraverso l’analisi della riflessione sul gesto come mezzo puro elaborata da Benjamin, Adorno e Agamben, la figura del digiunatore, come quelle dell’acrobata circense e della cantante, la topolina Giuseppina, al centro dell’ultima raccolta letteraria dello scrittore praghese, disegnano una pratica performativa che sposta il baricentro dell’arte dall’estetica all’etica, verso un’arte del comportamento vivente e quotidiano. L’arte del digiunatore, nel racconto di Kafka, assume il carattere di una tecnica somatico-spirituale e ascetica, in grado di sospendere l’asservimento al naturale impulso della fame, caricandosi di possibili valenze etico-politiche e recuperando il senso originario dell’evento artistico. La bulimia collezionistica e l’enorme appetito del protagonista dell’ultimo grande romanzo di Balzac, Il cugino Pons, rappresentano, d’altra parte, il rovesciamento speculare del digiuno ascetico del personaggio di Kafka e sottolineano un altro carattere fondamentale della modernità: l’impulso all’accumulazione dei segni, degli oggetti, delle opere di fronte al quale si specchia il silenzioso ritrarsi del digiunatore.

