
di Luciana Giora
Questo articolo, suddiviso in tre parti, nasce con l’intenzione di far conoscere l’interesse e il metodo di ricerca elaborato da Freud per delineare i punti cardine della sua Teoria sessuale infantile.
La ricerca e la consultazione delle fonti si sono concentrate sull’Epistolario e le Minute teoriche, che Freud ebbe con l’amico e corrispondente scientifico Wilhelm Fliess. Le Lettere, scritte tra il 1897 e il 1902, e le Minute teoriche, scritte tra il 1892 e il 1897, vengono considerate le “origini della psicanalisi” quindi di valore culturale inestimabile.
La consultazione del corpus delle Opere di Freud ha reso la relazione ricca di citazioni con l’intento di portare il lettore a diretto contatto con il suo pensiero.
Il complesso non si svolge nella bambina nello stesso modo che nel maschietto.
La preistoria del complesso edipico nella bambina si differenzia da quella del bambino. Abbiamo detto che per entrambi, in un primo momento la madre è il primo oggetto d’amore, che per il bambino rimane tale, mentre la bambina deve staccarsi da lei e volgersi al padre.
La descrizione del legame preedipico con la madre, specie nel caso della bambina, consente di parlare di una seduzione sessuale, dove la fantasia tocca il terreno della realtà, poiché realmente la madre, sotto forma di cure corporali, provocò sensazioni piacevoli ai genitali. (Freud, S., OSF, Vol. XI, L’uomo Mosè e la religione monoteista, 1932, pag. 227, 1930 – ‘31).
Sappiamo che l’amore della bambina rivolto alla madre è omosessuale e che la prima modalità di manifestazione dell’eterosessualità femminile ha la forma di un desiderio incestuoso rivolto al padre. Questo, per la bambina, è un passaggio molto tortuoso. Ciò che la porta ad allontanarsi dalla madre è la sua fase mascolina, centrata sull’invidia del pene. È questa la fase in cui si sviluppa il complesso di castrazione della femmina, che quindi svolge un ruolo ben diverso da quello del maschietto. È il complesso di castrazione che rende possibile, nella bambina, l’Edipo.
Dunque, quando nella bambina si instaura un Edipo positivo, quello che accade non è dovuto all’amore che essa ha per il padre, ma ciò succede sotto la spinta dei suoi desideri maschili e dell’invidia del pene, infatti ella cerca di ottenere il pene dal padre, che ne è il detentore. La bambina vuole essere come lui.
Tuttavia è proprio l’invidia del pene, cioè il rifiuto ostinato della mancanza del pene che implica un desiderio di acquisire una posizione maschile, a portare la bambina verso il padre, dapprima in una posizione di identificazione; ma poi, attraverso il desiderio di ricevere un bambino dal padre, verso l’eterosessualità, accedendo a una posizione femminile. Se ne deduce che la prima modalità di manifestazione dell’eterosessualità femminile ha la forma di un desiderio incestuoso rivolto al padre; in questo passaggio si vede che per la bambina non vige il divieto dell’incesto come nel bambino: la bambina non è ostacolata da alcuna forma di interdizione. Dunque è il tentativo di affermare una posizione maschile che porta la bambina ad accedere ad una posizione femminile.
Bisogna sottolineare che il distacco dalla madre non avviene tutto d’un tratto. In un primo momento la bambina ritiene la propria evirazione una disgrazia individuale. S’intende così che l’amore era diretto ad una madre ritenuta fallica. È con la scoperta che la madre è evirata, che diventa possibile abbandonarla come oggetto d’amore, così che i motivi di ostilità a lungo accumulati prendono il sopravvento. Da tenere in considerazione il fatto che la castrazione per la bambina è un fatto compiuto, non una minaccia. Quando la bambina comprende che si tratta di un carattere negativo universale, dice Freud, si insinua in lei una grande svalutazione della femminilità. (Freud, S., OSF, Vol. XI, L’uomo Mosè e la religione monoteista, 1931, pag. 71).
Nella concezione freudiana, rileviamo che l’invidia del pene occupa un posto essenziale nell’evoluzione psicosessuale verso la femminilità; questo suppone uno spostamento di zona erogena che dalla clitoride passa alla vagina, un cambiamento d’oggetto (dall’attaccamento preedipico alla madre all’amore edipico per il padre), e l’acquisizione della passività che prende il sopravvento.

È da considerare che, col superamento e ripudio delle fantasie incestuose, si compie una prestazione psichica alquanto significativa e dolorosa per i fanciulli, che comporta il distacco dai genitori. Freud dirà che questo tracollo sia originato dalle delusioni amorose subite, dunque il complesso edipico, crolla per effetto di un insuccesso. (Freud, S., OSF, Vol. X, Inibizione, sintomo, angoscia, 1924).
Freud nei Tre saggi (Vol. IV, pag. 533) ci informa che «L’inclinazione infantile per i genitori è certamente la traccia più importante ma non l’unica che, rinnovata nella pubertà, indicherà poi la strada per la scelta oggettuale».
L’Edipo lascia una potente eredità nella specie umana: il Super Io.
Freud spiega bene anche l’origine del Super-io: «l’autorità paterna introiettata nell’Io costituisce il nucleo del Super-io il quale assume dal padre la severità, perpetuando il divieto dell’incesto, garantendo così l’Io contro il ritorno di investimenti oggettuali libidici incestuosi» (Freud, S., OSF, Vol. X, Inibizione sintomo angoscia, 1924, pag. 31).
Il Super-io è definito come l’erede del complesso edipico e la sua formazione corrisponderebbe al declino dell’Edipo. Il Super-io del bambino non viene costruito secondo il modello dei genitori, ma su quello del loro Super-io. Stando a Freud, il bambino, rinunciando al soddisfacimento dei suoi desideri edipici colpiti da divieto, trasforma il suo investimento nei genitori in identificazione coi genitori e interiorizza il divieto. (Laplanche, J., Pontalis, B., Enciclopedia della psicanalisi, pag. 623).
«Il Super-io, sostituendo il complesso edipico, diventa il rappresentante del mondo esterno reale, e quindi il modello cui l’Io cerca di conformarsi nei suoi sforzi. In questo modo il complesso edipico dimostra di essere […] la fonte della nostra eticità individuale o moralità» (Freud, S., OSF, Vol. X, Inibizione sintomo angoscia, 1924, pag. 13).
È fondamentale riconoscere l’importanza delle esperienze infantili perché avvengono in epoche di sviluppo incompleto, cosa che ne aumenta il potenziale traumatico. L’attività sessuale del bambino non si sviluppa contemporaneamente con le altre funzioni, perché entra dopo un lasso di tempo di fioritura, compreso fra il 5 e il 6 anno circa, fino all’inizio della pubertà, nel cosiddetto “periodo di latenza.” Un primo riferimento, lo troviamo nella lettera a Fliess del 30 maggio 1896, dove Freud parla di età o periodi di transizione, durante i quali, di solito, ha luogo la rimozione.
Durante tale periodo, la pulsione sessuale deve fare i conti con degli ostacoli dovuti a costruzioni di potenze psichiche, che ne costringeranno, entro certi limiti, la direzione quale il disgusto, il sentimento del pudore, gli ideali estetici e morali. Va notato che Freud utilizza il termine periodo e non fase, in quanto durante il periodo considerato, nonostante l’osservazione di manifestazioni sessuali, non vi è, una nuova organizzazione della sessualità.
(Laplanche, J., Pontalis, B., Enciclopedia della psicanalisi, p. 31).
Il periodo di latenza segna il declino del complesso edipico, che soggiace alla rimozione.
La pubertà è la prima ricapitolazione del periodo sessuale infantile. Essa segna un passo di svolta per la vita sessuale infantile che andrà incontro a dei cambiamenti che la condurranno verso una strutturazione definitiva e un rinnovamento. A tal proposito si deve tener conto del fatto che l’essere sessuale si differenzia in uomo e donna, Freud ha rilevato che per «diventare donna è necessaria una nuova rimozione la quale annulla un elemento di mascolinità infantile e prepara la donna al cambiamento della zona genitale direttiva» (Freud, S., OSF, Vol. IV, Tre saggi sulla teoria sessuale, 1905, pag. 539).
E che l’elemento maschile, la clitoride, una volta eccitata dall’atto sessuale conserverà la funzione di incanalare e di estendere l’eccitamento alle parti femminili vicine, all’incirca, osserva Freud, come una «scheggia di pinastro che può essere utilizzata per incendiare la legna più dura […] Spesso, finché questa propagazione sia compiuta, occorre un certo tempo, durante il quale la giovane donna è anestetica. Questa anestesia può diventare duratura se la zona della clitoride si rifiuta di diffondere la sua eccitabilità, e ciò può essere preparato proprio da una sua grande attività nella vita infantile. […] Quando la propagazione dell’eccitabilità erogena dalla clitoride al vestibolo vulvare si è compiuta, la donna ha modificato la zona direttiva per la successiva attività sessuale, mentre l’uomo ha conservato sempre quella dell’infanzia» (Freud, S., OSF, Vol. IV, Tre saggi sulla teoria sessuale, 1905, pag. 526).
Teniamo conto che si avrà una vita sessuale normale soltanto se la corrente di tenerezza e quella sensuale coincideranno nell’atteggiamento verso l’oggetto e la meta sessuale.
La tenerezza infatti ha in sé una parte che si è formata nell’ambito del soddisfacimento delle pulsioni di autoconservazione, ed è quindi rivolta a chi si è preso cura del bambino. La tenerezza però si arricchisce via via degli apporti delle pulsioni parziali (e in tal senso corrisponde alla scelta oggettuale infantile primaria) che comportano fissazioni erotiche di tenerezza. A queste contribuiscono anche la “tenerezza” dei genitori che è intrisa di erotismo. (Cfr. Freud, S., OSF, Vol. 6, pag. 422).
Nel bambino, queste fissazioni di tenerezza continuano per tutta l’infanzia, implicando dell’erotismo che viene distolto dalle sue mete sessuali.
A queste fissazioni, nel periodo della pubertà, s’aggiunge la potente corrente sensuale che non disconosce più le sue mete. Sembra che la corrente sensuale non tralasci di ripercorrere le vecchie vie, e che anzi investa con importi libidici maggiori gli oggetti della scelta infantile primaria.
In questo nuovo contesto, come si comporta l’apparato genitale, maschile-femminile? La pubertà è caratterizzata dalla crescita manifesta dei genitali esterni e dallo sviluppo completo dei genitali interni che consentiranno la fornitura dei prodotti sessuali, per l’uomo, e di formare un nuovo essere vitale per la donna.
Da ciò «si pone una nuova meta sessuale con la collaborazione delle pulsioni parziali, mentre le zone erogene si sottomettono al primato della zona genitale, ecco che la pulsione sessuale si pone al servizio della funzione procreativa» (Freud, S., OSF, Vol. IV, Tre saggi sulla teoria sessuale, 1905, pag. 514) Si avrà che «il piacere finale è nuovo, dunque probabilmente legato a condizioni subentrate solo con la pubertà» (Freud, S., OSF, Vol. IV, Tre saggi sulla teoria sessuale, 1905, pag. 517).
Effettivamente Freud ci dice che «Quest’ultimo piacere, dato dal compimento dell’atto sessuale, è per intensità il più alto, e nel suo meccanismo è diverso da quelli precedenti. Esso è provocato dalla scarica, è in tutto e per tutto piacere di soddisfacimento e con esso temporaneamente scompare la tensione della libido» (Freud, S., OSF, Vol. IV, Tre saggi sulla teoria sessuale, 1905, pag. 517).
Abbiamo compreso che il comportamento dell’apparato genitale in primo luogo deve essere messo in moto da stimoli provenienti dall’esterno, dalle zone erogene, che già conosciamo, e soprattutto dalla vita psichica che costituisce un luogo di conservazione delle impressioni esterne e un centro di ricezione degli eccitamenti interni.
Concedetemi ancora un momento per accennare alla questione del senso di colpa. Per Freud esso si riduce sempre a una stessa relazione topica: quella tra l’Io e il Super-io, che a sua volta è un residuo del complesso edipico. Infatti egli ci dice che: «Si può azzardare l’ipotesi che una grande parte del senso di colpa debba normalmente restare inconscia, dal momento che la formazione della coscienza morale è collegata intimamente al complesso edipico, il quale appartiene all’inconscio» (Freud, S., OSF, Vol. IX, L’Io e l’Es, 1922, pag. 513).
Totem e Tabù ci offre l’opportunità di conoscere il punto di vista di Freud sulla nascita della coscienza morale, che Freud presenta nel mito dell’orda primitiva, su cui è necessario riflettere, riguardo all’uccisione del padre per mano dei figli. Vorrei soffermarmi su questo passo: «Dopo averlo soppresso, aver soddisfatto il loro (dei fratelli) odio e aver imposto il loro desiderio di identificazione con lui, dovettero farsi sentire i moti di affetto nei suoi confronti fino a quel momento rimasti sopraffatti. Ciò accadde nella forma del rimorso, sorse un senso di colpa che coincide, in questo esempio, con il rimorso collettivo. Morto il padre divenne più forte di quanto fosse stato da vivo, secondo un succedersi di eventi che ravvisiamo ancor oggi nel destino degli uomini» (Freud, S., OSF, Vol. VII, Totem e tabù, 1912 – ’13, pag. 147).
Dunque ritorno dei moti di tenerezza che erano rimasti sopraffatti; Freud in Totem e tabù sottolinea che: «Questo nuovo atteggiamento emotivo fu certamente favorito altresì dal fatto che l’impresa non poteva dare piena soddisfazione a nessuno dei suoi autori. Sotto un certo punto di vista essa era stata inutile. Nessuno dei figli poteva attuare il desiderio originario di prendere il posto del padre. E, come sappiamo, gioca molto più a favore della reazione morale l’insuccesso che non la soddisfazione» (Freud, S., OSF, Vol. VII, Totem e tabù, pag. 147, nota 1).
Infine una riflessione personale di Freud tratta da Un disturbo della memoria sull’Acropoli: lettera aperta a Romain Rolland sulla fantasia di voler superare il padre per il maschio. Secondo Freud: «Deve essere che un senso di colpa resta legato alla soddisfazione di aver fatto tanta strada; c’è qualcosa di illecito in questo, di proibito fin dall’età più lontana. Tutto ciò ha a che fare con la critica del bambino verso il padre, con il disprezzo che ha sostituito la sopravvalutazione infantile della sua persona. È come se l’essenziale del successo consistesse nel fare più strada del padre, e che fosse tuttora proibito voler superare il padre» (Freud, S., OSF, L’uomo Mosè e la religione monoteista, Vol. XI, 1936, pag. 481).
Concludo con le parole di Vladimir Propp che “Nell’Edipo alla luce del folclore” (pag. 128) osserva che «Tutta la tragedia è costruita sul dispiegamento di un solo momento della tradizione epica. Il momento dello smascheramento. Proprio in esso consiste la tragedia: in una presa di coscienza».

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