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Perché Totem e tabù

MetaLog – il blog della SPF

di Pamela Cagna

Introduzione

Prima di addentrarci nelle ragioni teoriche che spinsero Freud a scrivere Totem e tabù, vorrei ci fermassimo un momento sul metodo con cui egli costruisce la sua ipotesi. Si tratta di un punto spesso trascurato, ma decisivo per valutare la tenuta scientifica del suo ragionamento.

Freud parte da un problema concreto: lo stato originario dell’umanità — uno «stato X», potremmo dire — non può essere osservato direttamente. Quello che abbiamo è l’uomo attuale, evoluto, moderno e una serie di testimonianze provenienti da gruppi primitivi — che sono comunque anch’essi moderni, nel senso che hanno una propria storia alle spalle. Freud suppone che lo stato X abbia subìto tutta una serie di modificazioni evolutive e che di questo rimangano sopravvivenze nei popoli moderni, ma deformate, incomplete, non direttamente confrontabili con l’originale.

Di fronte a questo materiale frammentario e opaco, Freud adotta esattamente lo stesso procedimento che usa per interpretare un sogno o decifrare un sintomo: cerca gli invarianti. Se qualcosa ricorre in modo stabile attraverso popolazioni diverse, epoche diverse, contesti diversi, quella ricorrenza è una testimonianza dell’X originario. Non una prova definitiva, ma un indizio convergente, del tipo esplicativo, non predittivo. (1)

Va sottolineato, inoltre, che Totem e tabù non è un’opera antropologica: Freud non pretende di sostituirsi agli antropologi né di invadere il loro campo. È un lavoro psicanalitico che tenta di integrare osservazioni antropologiche con osservazioni psicanalitiche, nella consapevolezza dichiarata che l’analogia tra tabù e nevrosi potrebbe essere solo esteriore e formale, non sostanziale. Freud lo sottolinea con insistenza: i tabù dei primitivi e i tabù dei nevrotici non sono la stessa cosa. Il parallelismo è uno strumento euristico, un modo per verificare se la nevrosi ossessiva permette di illuminare meglio il tabù, non un’equazione.

 

Questa onestà metodologica è, paradossalmente, la cosa che rende l’ipotesi più solida. Tanto più che — come vedremo — certi comportamenti osservati negli scimpanzé sembrano usciti direttamente dall’«orda primordiale» immaginata da Freud: un maschio alfa che monopolizza il sesso, i subordinati che si coalizzano e lo rovesciano. Frans de Waal, uno dei primatologi più importanti del Novecento, descrive questa scena con una sensazione precisa: come se una macchina del tempo lo avesse riportato nella preistoria.

Ma andiamo con ordine.

 


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1. Perché Totem e tabù

Da quale esigenza teorica nasce Totem e tabù? Forse qualche nostro lettore se lo è chiesto e, in effetti, la cosa a tutt’oggi risulta ancora non chiara. Per questo ho pensato di affrontare un tema che considero di grande importanza, ossia la ragione per cui dalla teoria del complesso di Edipo Freud passa a Totem e tabù.

Questo passaggio è considerato da molti del tutto arbitrario e immotivato. In realtà non è così: già nel 1908, all’epoca della stesura del caso del piccolo Hans, Freud si era reso conto del fatto che l’esistenza del complesso di castrazione non trovava fondamento a livello ontogenetico. La dialettica familiare spesso non spiegava il sorgere dell’angoscia nei maschi: in molti casi, per esempio, il comportamento paterno non giustificava il timore del figlio nei suoi confronti; l’emergere della minaccia richiedeva un ricorso alla filogenesi per ritrovare le sue ragioni. In una nota aggiunta nel 1923 al caso del piccolo Hans si può infatti leggere quanto segue:

 

Pur riconoscendo tutte queste radici del complesso, ho sostenuto l’esigenza che il termine “complesso di evirazione” sia riservato agli eccitamenti e agli effetti che fanno capo alla perdita del pene. Chi poi, analizzando gli adulti, si è convinto che questo complesso è immancabile, troverà difficile ricondurlo a una minaccia fortuita e che non viene nemmeno fatta in tutti i casi; dovrà allora supporre che il bambino si fabbrichi questo pericolo ogniqualvolta vi vengano fatte le più leggere allusioni, e queste non mancano mai. […] Questo è anche il motivo che ha spinto a ricercare le radici più profonde e universali del complesso (Freud, 1908, nota 3, p. 483).

 

Ora sappiamo che questa, la spiegazione del complesso di castrazione, è la ragione profonda del ricorso freudiano a quell’ipotesi filogenetica che è Totem e tabù: dato che la dinamica familiare individuale non bastava, serviva la filogenesi per spiegare perché il complesso di castrazione fosse universale.

 

2. L’ipotesi filogenetica freudiana è ragionevole al giorno d’oggi?

Come è noto, non c’è gesto freudiano più contestato di questo, in primo luogo esso implica un ricorso alla teoria haeckeliana della ricapitolazione secondo la quale l’ontogenesi ricapitola la filogenesi; in secondo luogo, perché richiede che l’evoluzione presenti quanto meno aspetti lamarckiani.

Ai tempi di Freud entrambe queste teorie erano piuttosto in voga, ma poi l’avvento della prima biologia molecolare e dello sviluppo fecero sì che la teoria della ricapitolazione cadesse in disgrazia e la figura di Haeckel venisse screditata; del pari, l’imporsi di una concezione rigidamente selezionista dell’evoluzione emarginò ogni riferimento a Lamarck. Questo diede libero sfogo a una serie di violente critiche alle ipotesi antropologiche freudiane che vennero considerate prive di fondamento per lungo tempo.

Tuttavia, alla luce di recenti sviluppi del pensiero biologico, l’ipotesi freudiana risulta oggi perfettamente tenibile.

 

2.1 I nuovi sviluppi

Per quanto riguarda la teoria della ricapitolazione, due recenti studi pubblicati su Nature hanno ridato vita a una sua forma attenuata, però sufficiente a sostenere l’ipotesi freudiana: due gruppi di ricercatori del Max Planck Institute of Molecular Genetics di Dresda e del Max Planck Institute for Evolutionary Biology di Plön, hanno dimostrato che, a livello di espressione genica, esiste un parallelo tra l’ontogenesi e la filogenesi. In particolare, esiste uno stadio comune attraverso cui passano gli animali appartenenti a un qualunque phylum, chiamato «stadio filotipico», nel quale le diverse specie sono indistinguibili perché questo stadio rappresenta una strettoia, come in una clessidra, in cui le differenze ontogenetiche tendono ad azzerarsi, aumentando invece prima e dopo lo stadio filotipico. Gli studi del 2010, usando come modello diverse specie di Drosophila e di Danio rerio, cioè il pesce zebra, hanno dimostrato che durante lo «stadio filotipico» sono i geni più antichi a essere espressi, mentre i geni più recenti vengono espressi prima e dopo tale stadio (Domazet-Lošo, Tautz, 2010; Kalinka et al., 2010).

 

Per quanto riguarda poi gli aspetti lamarckiani dell’evoluzione, c’è un ulteriore sviluppo contemporaneo che riguarda la trasmissione delle esperienze traumatiche. È ormai piuttosto chiaro che le esperienze traumatiche possono essere trasmesse, come spiega per esempio un recentissimo studio su tre generazioni di siriani rifugiati, il quale dimostra che le esperienze vissute nel corso della vita non modificano il DNA, ma possono regolare l’espressione dei geni attraverso la metilazione, un meccanismo epigenetico: in risposta a eventi stressanti o traumatici, infatti, le cellule attaccano piccole «etichette» chimiche ai geni, che possono ad esempio spegnerli o alterarne il comportamento, e le stesse etichette possono venir trasmesse alla prole (Mulligan et al., 2025).

 

Nel magnifico libro di Eva Jablonka e Marion Lamb, L’evoluzione in quattro dimensioni, in particolare nel capitolo 9 intitolato Le nuove frontiere del lamarckismo: l’evoluzione dell’ipotesi ben fondata, si può leggere quanto segue:

 

Contrariamente al dogma in vigore, la variazione su cui agisce la selezione naturale non è, inoltre, sempre di origine casuale o cieca rispetto alla funzione: una nuova variazione ereditabile può insorgere in risposta alle condizioni di vita. E, poi, spesso mirata, nel senso che influisce di preferenza sulle funzioni o le attività in grado di rendere gli organismi più adeguati all’ambiente in cui vivono, nonché costruita, vale a dire che, a prescindere dalla loro origine, quali varianti vengano ereditate e quale forma finale esse assumano dipende dai vari processi di «filtraggio» e di «revisione» che hanno luogo prima e durante la trasmissione. Alcuni biologi hanno grandi difficoltà ad accettare questo aspetto «lamarckiano» dell’evoluzione che per loro puzza di teologia e sembra, a prima vista, suggerire come le variazioni insorgano per uno scopo, quasi a voler far rientrare dalla porta di servizio la mano di Dio all’interno dell’evoluzione. Naturalmente, però, non c’è nulla di sovrannaturale o di misterioso in ciò che si verifica: si tratta semplicemente di una conseguenza delle proprietà dei vari sistemi ereditari e delle loro modalità di reazione alle influenze interne ed esterne (Jablonka, Lamb, 2007, p. 396).

 

Anche Jablonka e Lamb testimoniano della complessità dei sistemi ereditari, capaci di rispondere in modo strutturato agli stimoli ambientali, e ci mostrano in questo senso un processo evolutivo che appare non casuale o cieco, ma come il risultato di un’interazione dinamica tra organismo e ambiente, quindi influenzata dalle condizioni di vita e dai meccanismi interni degli organismi.

 

Credo che ce ne sia più che a sufficienza per dimostrare che l’orizzonte teorico in cui Freud aveva formulato le sue ipotesi antropologiche sia tornato di grande attualità e che quindi, più che superato, egli dovrebbe apparirci come uno scienziato molto in anticipo sui tempi. Naturalmente quanto precede non dimostra l’ipotesi freudiana, tuttavia fa inequivocabilmente vedere che essa è assolutamente plausibile, nel senso che tutta una serie di indizi convergono nell’accreditarla.

 

2.2 Una prova di sussistenza storica

C’è anche di più, ossia qualcosa che si somma a quanto detto finora e assomiglia straordinariamente a una prova. Questo qualcosa viene dagli studi di Frans de Waal, e in particolare dal suo libro La politica degli scimpanzé, in cui si può leggere quanto segue:

Anche la proverbiale pietra miliare della nostra società – la famiglia – rappresenta in sostanza un’unità sessuale e riproduttiva. Sigmund Freud, nell’indagare la storia di questa unità, ha immaginato un’«orda primordiale» nella quale i nostri progenitori obbedivano a un grande capo che custodiva gelosamente per sé tutti i diritti e i privilegi sessuali. Quest’uomo geloso ma al tempo stesso carismatico – il Padre – finiva per essere ucciso e fatto a pezzi dai suoi stessi figli. Successivamente sorse una nuova forma di vita di gruppo, anch’essa dominata da un uomo, ma questo nuovo gruppo era l’ombra di quello precedente, in quanto «c’erano più padri e ciascuno di essi trovava un limite nei diritti degli altri». Secondo Freud non siamo mai riusciti a cancellare completamente questa figura del padre onnipotente, che sopravvive nei nostri tabù e nelle nostre religioni. Quando osservo gli scimpanzé di Arnhem mi sembra talora di studiare l’orda primordiale di Freud; come se una macchina del tempo mi avesse riportato nella preistoria, permettendomi di osservare la vita del villaggio dei nostri antenati. Costoro accettano ancora lo jus primae noctis, uno dei prodotti dimenticati della cultura occidentale. Quando Yeroen era il maschio alfa, si sobbarcava da solo di circa i tre quarti di tutti gli accoppiamenti. Se non si contavano i rapporti sessuali con le femmine giovani (che scatenavano minore rivalità), la sua quota era quasi del 100 per cento, come dire che Yeroen monopolizzava il sesso all’interno del gruppo. Questa situazione ebbe termine quando Luit e Nikkie si ribellarono a Yeroen: non lo fecero a pezzi, ma non gli consentirono più di riconquistare sia pur lontanamente il precedente livello di attività sessuale. Per giunta, nessun altro maschio era abbastanza forte da monopolizzare completamente le femmine in calore, come faceva Yeroen nei tempi migliori (Waal de, 1984, pp. 169-170).

 

3. Conclusioni

Con questo breve intervento spero di avervi mostrato, cari lettori, che non solo l’ipotesi filogenetica freudiana rimane scientificamente legittima da un punto di vista teorico ma anche che vi sono, a livello etologico, significativi elementi a sostegno della sua sussistenza storica.

_______

Questo articolo è una rielaborazione dell’intervento che ho tenuto presso la Corte dei Miracoli a Milano nell’ambito di «Freud. Società e Religione», un ciclo di incontri pubblici promosso da Delle Cose Nascoste, alias Gruppo Studi Girard. Il gruppo, nato all’Università di Milano nel 2016 e formato da giovani studiosi dell’opera di René Girard, ha dedicato il 2026 a un’esplorazione sistematica di tre testi freudiani: Totem e tabù, Psicologia delle masse e analisi dell’Io e L’uomo Mosè e la religione monoteistica.

Sono stata invitata a partecipare a una tavola rotonda insieme a docenti universitari, giovani ricercatori, professori liceali e studiosi di Freud e di Girard, con il compito di dialogare sui primi due capitoli di Totem e tabù. Ho scelto di adattare il mio contributo per il blog della SPF con un duplice obiettivo: valorizzare le posizioni teoriche della nostra Scuola e dare visibilità a un’iniziativa culturale di qualità, tanto più significativa perché promossa e animata da giovani.

Per approfondire

Edipo tra ontogenesi e filogenesi | Silvana Dalto

Sulla fondatezza della teoria freudiana del complesso edipico | Franco Baldini

Dal padre come oggetto di asservimento al padre come strumento di emancipazione | M.V. Ceschi

 

Note:

1. Nel corso dei seminari di formazione, Baldini si è spesso soffermato sul fatto che in Totem e tabù sono chiare sia la ricerca di elementi ricorrenti come indizi convergenti, sia la distinzione che Freud fa tra spiegazione e predizione. Dalla trascrizione interna alla SPF di una lezione inedita: «Siccome Freud ha trovato clinicamente che non manca mai il complesso di castrazione, la sua teoria esplicativa – non predittiva, esplicativa! – deve essere compatibile col fatto che esiste il complesso. Freud stesso ammette la fragilità di questi dati antropologici, perché fanno parte di un piano narrativo. In tutte le scienze storiche c’è un piano narrativo, il principio antropico non scandalizza nessuno: il principio antropico viene dal fatto che siccome l’essere umano esiste, l’evoluzione dell’universo deve essere andata in modo da produrre l’essere umano.»

Edipo a Colono
Immagine: by Pierre-Auguste Renoir – https://www.sothebys.com, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=76356397

Bibliografia

  • Domazet-Lošo T., Tautz D., A phylogenetically based transcriptome age index mirrors ontogenetic divergence patterns, Nature, 2010; 468 (7325): 815 DOI: 10.1038/nature09632; Kalinka A. T., Varga K. M., Gerrard D. T., Preibisch S., Corcoran D. L., Jarrells J., Ohler U., Bergman C. M., Tomancak P., Gene expression divergence recapitulates the developmental hourglass model, Nature, 2010; 468 (7325): 811 DOI: 10.1038/nature09634
  • Freud, S. (1908). Analisi della fobia di un bambino di cinque anni (Caso clinico del piccolo Hans), OSF V.
  • Freud, S. (1912-13). Totem e tabù. Alcune concordanze nella vita psichica dei selvaggi e dei nevrotici, OSF VII.
  • Jablonka, E., Lamb, M.J. (2007). L’evoluzione in quattro dimensioni. Variazione genetica, epigenetica, comportamentale e simbolica nella storia della vita (N. Colombi, Trad. it.). UTET. [Evolution in Four Dimensions. Genetic, Epigenetic, Behavioral and Symbolic Variation in the History of Life (2005)].
  • Mulligan C. J., Quinn E. B., Hamadmad D., Christopher L., Dutton C. L., Nevell L., Binders A. M., Panter-Brick C., Dajani R., Epigenetic signatures of intergenerational exposure to violence in three generations of Syrian refugees, Scientific Reports 15, articolo n. 5945 (2025), https://www.nature.com/articles/s41598-025-89818-z.
  • Waal, F. de (1984). La politica degli scimpanzé (Margherita Cerletti Novelletto, Trad. it.). Laterza. [Chimpanzee Politics: Power and Sex among Apes (1982)].

Sull’autore

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Pamela Cagna

Vicepresidente e Analista SPF


Membro della Scuola di Psicanalisi Freudiana dal 2006 e vicepresidente dal 2020. Nella prima parte della sua formazione si è dedicata all’approfondimento delle teorie dello sviluppo psicosessuale dall’infanzia all’età adulta; ha svolto studi su temi inerenti ai fondamenti scientifici della psicanalisi con particolare riguardo alla teoria della suggestione, per poi passare alla semantica del vivente in chiave neolamarckiana. Fa parte della redazione della rivista Metapsychologica.

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