
di Sara Brera
È conforme alla natura della psicanalisi proporsi non già di descrivere ciò che la donna è – che sarebbe forse un compito superiore alle sue forze – ma di indagare il modo in cui essa diventa tale, il modo in cui dalla bambina, che ha disposizione bisessuale, si sviluppa la donna.
Freud, S., 1932, Introduzione alla psicanalisi, OSF, vol. XI, lezione n. 33, La femminilità, p.233
Apriamo il nostro post con una citazione tratta dalla lezione numero 33 di Introduzione alla psicoanalisi del 1932 che Freud intitola La femminilità. Si parte dunque da una questione solo in apparenza semplice: la distinzione tra i due sessi.
La principale distinzione tra femminile e maschile è data dall’anatomia in rapporto alla funzione sessuale che definisce maschile il prodotto sessuale maschile, ovvero lo spermatozoo e il suo portatore, mentre femminile l’uovo e l’organismo che lo ospita. Il fatto che nel corpo della donna siano presenti, benché in stato atrofizzato, anche parti dell’apparato sessuale maschile e nel corpo dell’uomo ci siano parti femminili induce la scienza a vedere in questa presenza un indizio di bisessualità: come se l’individuo non fosse uomo o donna, ma sempre l’uno e l’altra, e solo un po’ più l’uno o l’altra. Dunque, dice Freud, ciò che costituisce la mascolinità o la femminilità è un carattere ancora sconosciuto che l’anatomia da sola non è in grado di spiegare.
Questo è un tema ricco di implicazioni che offrono lo spunto per approfondimenti di grande attualità. La proporzione con cui il maschile e il femminile s’intrecciano nell’individuo è soggetta a oscillazioni assai rilevanti e questo vale sia per l’anatomia dei corpi che per la struttura psichica. Maschile e femminile sono in effetti definibili anche come qualità psichiche e, nello stesso modo, la nozione di bisessualità è trasferibile nella vita psichica. Freud sottolinea però che se ci si limita a definire un comportamento maschie come attivo e quello femminile come passivo, appiattendosi sul paradigma sessuale ”la cellula sessuale maschile è mobile e attiva in quanto cerca quella femminile, mentre l’uovo è immobile e attende passivamente”, (1, p. 221) non si arriva molto lontano. Più ci si allontana dall’atto sessuale, infatti, e più ci si rende conto che le donne si dimostrano attive in moltissime direzioni e gli uomini sviluppano al contrario un adeguato grado di “passiva arrendevolezza”. Si rende a questo punto necessario per Freud reperire l’origine della differenziazione degli esseri viventi in due sessi partendo dallo studio dell’evoluzione psicosessuale.

La funzione sessuale umana
Lo sviluppo della funzione sessuale umana, se la si intende in senso biologico, dovrebbe comparire solo nella pubertà, ovvero nella fase della maturità sessuale, per mettersi al servizio della procreazione. Ma rispetto a tale concezione Freud osserva subito alcune singolarità in contrasto con la funzione procreativa:
La presenza di segni di attività corporea sessuale nei primi anni di vita del bambino, secondo Freud, tendeva a non essere riconosciuta al tempo a causa di tutta una serie di pregiudizi. La sua osservazione lo induce ad allargare il concetto di sessualità e a non ridurla alla genitalità, distinguendo sessuale da genitale:
L’attività sessuale così ridefinita è chiaramente presente fin dalla nascita ed è fatalmente collegata a molti fenomeni psichici e comportamenti che ritorneranno poi nella vita adulta.
L’indagine di Freud mostra che il percorso di sviluppo psicosessuale di tutti gli individui è diviso in due tempi: il primo arriva all’incirca fino al quinto anno di vita, a cui segue poi un periodo di tranquillità denominato fase di latenza; il secondo coincide con la ripresa dello sviluppo dell’attività sessuale durante la pubertà. Apparentemente il percorso evolutivo dei maschi e delle femmine sembrerebbe identico, ma quando Freud osserva che il primo tempo di questo sviluppo è graduale e scandito da fasi diventa evidente che la simmetria vale fino ad un certo punto.
Ogni fase è caratterizzata dall’organizzazione della libido sotto il primato di una particolare zona erogena e dal predominio di un modo di relazione oggettuale corrispondente. Va sottolineato che queste fasi non si susseguono in modo sequenziale elidendosi, ma si mescolano tra loro e ciò che le distingue è la predominanza dell’attività specifica.
Queste zone sono privilegiate, sottolinea Baldini nel dibattito della lezione sulle “Precisazioni della teoria sessuale”,(2) perché è attraverso la loro attività che avviene la mediazione – lo scambio – con il congenere durante la crescita. Le fasi libidiche si distinguono così in:
Nel Terzo saggio sulla sessualità, paragrafo 4 Differenziazione del maschio e della femmina (3), si legge che durante l’infanzia l’attività autoerotica delle zone erogene nei due sessi è simmetrica, perché anche la sessualità delle bambine ha carattere maschile. Ma si può facilmente comprendere che durante la fase fallica le bambine si trovano in una situazione molto complessa, al contrario dei maschi. Durante questa fase il tipo di attività sessuale predominante è quella maschile e il principale oggetto di contesa è la madre: tutto sembra a sfavore della futura posizione procreativa femminile. I destini del bambino e della bambina a questo punto si separano definitivamente e tra lo sviluppo del maschio e quello della femmina si crea una asimmetria.
Due destini: l’asimmetria tra maschio e femmina
Procediamo quindi con l’indagine nell’evoluzione psichica di quegli specifici individui umani che, per il fatto di possedere genitali femminili, sono «manifestamente o prevalentemente femminili».
La zona erogena direttiva nella bambina corrisponde alla clitoride (analogamente al glande nel maschio), e le scariche spontanee di eccitazione corrispondono in contrazioni ed erezioni della clitoride. In questo modo le femmine possono trasferire le sensazioni dei propri processi sessuali sui maschi, mettendosi nella condizione di giudicare erroneamente il proprio organo genitale come mancante.
In assenza di informazioni riguardo alla differenza anatomica dei sessi, il maschio e la femmina producono reazioni emotive differenti a seguito del confronto tra i genitali dei due sessi. Scrive Freud:
La differenza fra l’uomo e la donna in questo segmento dello sviluppo sessuale è una comprensibile conseguenza della diversità anatomica tra i genitali e della situazione psichica che a ciò si collega, e corrisponde alla diversità tra un’evirazione compiuta e un’evirazione puramente minacciata.
Freud, S., 1925, Alcune conseguenze psichiche della differenza anatomica tra i sessi, OSF, vol. X, p. 215
Nel maschio sorge il complesso di evirazione: dopo aver visto un genitale femminile deduce che il membro da lui tanto stimato non è necessariamente presente in ogni corpo.
Da quel momento il bambino, che spesso ricorda delle minacce che gli venivano rivolte quando si occupava del proprio membro, si trova sotto l’influsso dell’angoscia di evirazione che condiziona in modo forte il successivo sviluppo.
Ma anche nella bambina il complesso di evirazione è messo in moto dalla vista dell’altro genitale. La bambina vede la differenza e si sente danneggiata, anche lei vorrebbe avere qualcosa di simile (e spesso lo dichiara), cadendo così in balia dell’invidia del pene, che lascerà tracce incancellabili nel suo sviluppo e nella formazione del carattere. Anche nel più favorevole dei casi, tale condizione non sarà superata senza un grande dispendio psichico.
Riassumendo in un piccolo schema:

Gli effetti del complesso di evirazione nella donna sono dunque del tutto diversi rispetto al maschio poiché essa riconosce la propria inferiorità nei suoi confronti visto che non possiede il pene, malgrado vi opponga una certa resistenza. Da questo atteggiamento derivano tre direzioni nello sviluppo:
Il desiderio di ottenere ugualmente il sospirato pene può ancora essere uno dei motivi che spingono la donna matura all’analisi, e in ciò che essa può ragionevolmente aspettarsi dall’analisi – la capacità, per esempio, di esercitare una professione intellettuale – si può spesso ravvisare una modificazione sublimata di questo desiderio rimosso.
Freud, S., 1932, Introduzione alla psicanalisi, OSF, vol. XI, lezione n. 33, La femminilità, p. 231
Alla vista del genitale maschile, la bimba accetta con esitazione e opposizione il suo difetto, una “sventura” che all’inizio vive come individuale e che solo in un secondo momento estende ad altre bambine e ad altre donne adulte. In questo modo comprende che «si tratta di un carattere negativo universale, si produce in lei una grave svalutazione della femminilità e quindi anche della madre. Questo fatto la porta spontaneamente ad allontanarsi da lei e assumere come oggetto il padre, compiendo così il primo passo verso l’eterosessualità. Freud ci dice poi che, in questo suo volgersi al padre, il desiderio del pene viene sostituito dal desiderio del bambino. Ora domandiamoci: a questo punto del suo sviluppo la bambina ha acquisito una posizione femminile, rinunciando alle sue pretese di mascolinità?
La femminilità
I nostri colleghi spesso credono di sì, ma la risposta corretta è no. La posizione femminile non è ancora pienamente raggiunta neanche quando volge al padre perché essa desidera un bambino in una prospettiva di risarcimento, quindi ancora una pretesa fallica: ama il padre per diventare come lui.
La sessualità femminile si sviluppa quindi in due fasi, di cui la prima ha carattere maschile e solo la seconda ha carattere femminile. Questo passaggio nel maschio non è presente, naturalmente. Se durante la pubertà il ragazzo vive il vero e proprio “assalto” della libido, la ragazza al contrario subisce una nuova ondata di rimozione a carico della sessualità clitoridea. Ciò che complica il tutto è che la funzione virile della clitoride continua nella successiva vita sessuale femminile in forma mutevole.
Anche quando la giovane donna giunge all’atto sessuale, la clitoride viene eccitata e conserva la funzione di estendere l’eccitamento alle parti femminili. Per le femmine la genitalità si sviluppa prima in relazione alla clitoride, solo in un secondo momento in relazione all’apparato genitale interno.
La differenza sostanziale tra maschio e femmina si rivela nel fatto che, mentre nel maschio l’Edipo viene distrutto dal complesso di evirazione, nella femmina l’Edipo è il prodotto del complesso di evirazione. Nel caso della femmina si può affermare che essa può giungere a una normale e positiva impostazione edipica soltanto dopo aver superato un periodo precedente dominato da un complesso negativo: il padre è un rivale, ma tale rivalità non raggiunge i livelli di ostilità presenti nel maschio.
Possiamo dire senza esitazione che entrare nell’Edipo, quindi assumere il padre come oggetto d’amore, per la bambina è un traguardo. Non possiamo però non domandarci cosa faccia sì che essa possa emanciparsi da lui e volgersi ad altri uomini.
Pamela Cagna nel seminario Il problema dell’incesto nella psicologia della donna (5) spiega:
Gli elementi per offrire una risposta a questo quesito sono contenuti nel saggio di Freud Il tabù della verginità: si tratta di un lavoro dedicato al tema della frigidità che prende in esame i rituali di deflorazione delle tribù cosiddette primitive.
Tali rituali sembrano dunque adempiere a un duplice compito: soddisfare realmente o in forma simbolica il desiderio incestuoso della donna e risparmiare al marito i moti ostili che derivano dalla scoperta che la realizzazione di tale desiderio comporta, ovvero la rinuncia alla pretesa di avere il pene. Avere un bambino dal padre implica infatti il coito e di conseguenza il riconoscimento della differenza tra i due sessi e l’accettazione per la donna di una posizione passiva. Nella frigidità permangono infatti tracce della reazione paradossale che la deflorazione suscita nella donna. Freud (6) scrive:
l’analisi dei disturbi matrimoniali insegna che i motivi che vogliono costringere la donna deflorata a vendicarsi non sono del tutto estinti nemmeno nella vita psichica della donna civile. Penso che l’osservatore non possa fare a meno di essere colpito dal numero inatteso di casi in cui la donna rimane frigida e si sente infelice in un primo matrimonio, mentre, sciolto questo, diventa una moglie tenera e capace di rendere felice il secondo marito. La reazione arcaica si è per così dire esaurita sul primo oggetto.
Freud, S. 1917, Il tabù della verginità, OSF, vol. VI, pp. 445-446
Riflessione che non lascia spazio a dubbi: il tabù della verginità nella società civile non è sicuramente al tramonto…
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Complesso di evirazione – Invidia del pene

Note e Bibliografia
Psicanalista e ricercatrice associata (SPF)